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Percorsi dell'Arte dedicati a Carlo Carrà 

Carrà

Gli Assessorati alla Cultura, al Turismo ed ai Lavori Pubblici della Provincia di alessandria nel tentativo di valorizzare "artisticamente" il proprio territorio hanno dato vita ad un'iniziativa denominata "I percorsi dell'Arte".Un percorso realizzato da 10 litografie esposte su cavalletto in diverse zone del paese hanno permesso di rivivere i luoghi cari al pittore quargnentino Carlo Carrà .

 

Percorsi

 

Carlo Carrà - L'attesa

1 - L'ATTESA

1926

Olio su tela

95x100 cm

Collezione privata

Sintesi rappresentativa della poetica figurativa che, nata all’inizio degli anni Venti, caratterizzerà molta della pittura di Carrà, l’opera innesta in una rinnovata adesione al vero, retaggi di metafisica, vocazione paesistica, citazioni di quotidianità. Suggestioni e reminiscenze dalla pittura italiana antica e da Cèzanne non alterano di citazionismo la ripresa di contatto con la natura che Carrà aveva già codificato in una nuova grammatica espressiva. Una riproposta della natura o “scoperta” come amava dire il pittore, al di fuori dei vecchi schemi naturalistici, una “rappresentazionemitica della natura”: ritmi di colori, luci e ombre in una costruzione armonica dello spazio che spostano la rappresentazione al di fuori del tempo, sia storico che atmosferico. Di questo momento pittorico, detto realismo magico, L’attesa costituisce un passaggio emblematico: benchè la narrazione sia molto esplicita (la contadina sulla soglia e il cane col muso alzato che attendono probabilmente il ritorno della stessa persona), l’atmosfer rimane enigmatica, come sospesa. Elementi compositivi semplificati – quasi primordiali – immobilità misteriosa, nessun aspetto aneddotico: ogni dato sposta la lettura su un piano trascendente. E l’attesa, dunque, non è tanto quella della donna o del cane, quanto più quel senso di trasparenza e aspettativa che la rappresentazione riesce ad infondere nello spettatore.

   
Carlo Carrà - Autoritratto

2 - AUTORITRATTO

1949-1951

Olio su tela

85x70 cm

Firenze, Galleria degli Uffizi

Di impostazione tradizionale, il dipinto rivela il carattere rigoroso e intransigente tipico dela ricerca pittorica di Carrà fin dai primi anni:il pittore si raffigura nello studio, col camice da lavoro, il basco in testa, la tavolozza e il pennello tra le mani – strumenti della sua arte. In posizione frontale, davanti ad una tela di cui scorgiamo il retro e la cui inclinazione alimenta l’idea di spazialità, l’artista si ritrae nell’attimo di meditazione che precede il gesto del dipingere; lo sgardo sottolina questo momento di analisi interiore. Tutta la composizione è pervasa da una luce minerale che svela passaggi di tono sostanzialmente monocromatici; si distingue soltanto la tavolozza, unica nota di colore acceso, simbolo stesso della forza e dell’importanza del colore per l’arte della pittura. Ma insieme ad essa , anche la solidità dell’impianto e il risalto degli strumenti di lavoro spostano la lettura della rappresentazione su un piano di valori squisitamente simbolico: quello in cui il pittore ribadisce visivamente il valore del proprio mestiere e la lucida consapevolezza dell’importanza della propria arte.

   
Carlo Carrà - Ricordi d'infanzia

3 - RICORDI D'INFANZIA

1916

Olio su tela

30x40 cm

Collezione privata

L’opera può essere inquadrata nello snodo di passaggio tra il momento futurista e quello metafisico, quando il pittore studia e medita sulla produzione di Giotto, Piero della Francesca e Paolo Uccello. Questa ricerca si sviluppa in una nuova poetica, detta dell’antigrazioso, che induce l’artista a rinsaldarsi nello studio di valori puramente formali fino a giungere ad una sintesi arcaizzante degli antichi. In una dimensione atemporale e di sogno , fissi e isolati, in una luce arroventata, Carrà enumera in questa tela oggetti carichi di memorie. Un volto di bambino o bambootto, giocattoli un capanno magico forse rifugio per un nascondiglio: semplificate e immerse al di fuori del tempo e dello spazio, queste forme che sanno di originario e mitico, spostano tutta la rappresentazione in una dimensione onirica. Come lapsus e senza apparente legame narrativo, tutti gli oggetti – distribuiti secondo un delicato equilibrio – tornano alla coscienza del pittore che, pur senza apparente soluzione di continuità, li assembla in un delicato e suggestivo album d’infanzia

   
Carlo Carrà - La stradadi casa

4 - LA STRADA DI CASA

1900

Inchiostro e acquerello su cartone

25,5x35,5 cm

Milano, collezione privata

Eseguito dal pittore appena diciannovenne, di ritorno al paese natale dopo i lunghi soggiorni a Milano, Parigi e Londra, l’opera è significativamente considerata dagli studiosi l’incipit del catalogo delle opere di Carrà. Sebbene l’iscrizione “schizzo dal vero” posta in basso accanto alla firma, palesi la volontà del pittore di confrontarsi col reale, la soluzione tecnica adottata è tuttavia rivolta in una chiara direzione simbolista. Prodoto ultimo di un’infinita serie di schizzi, La Strada di Casa deriva dai bozzetti e dai disegni eseguiti dall’artista nella campagna e soprattutto nei borghi della propria fanciullezza, anche se nello specifico rappresenta la via sulla quale si affacciava la propria abitazione a Quargnento. Il luogo è riprodotto quasi attraverso un irraggiamento concentrico di segni , conseguenza di riflessioni sulla resa luministica. La singolarità dell’opera è sancita anche dal fatto che vi si possono scorgere, in nuce, molte di quelle soluzioni che porteranno Carrà a realizzare, nel decennio successivo, opere inserite nell’atmosfera futurista, animate ancora da una molteplicità di segni circolari. L’albero spettrale in primo piano, la cui ombra segna la misura della profondità come metaforica distanza tra l’immagine e lo spettatore, è elemento spesso ricorrente nella pittura di Carrà, come in Il Pino sul mare, La casa abbandonata o Il bersaglio.

   
Carlo Carrà - Decorazioni della casa natale

5 - DECORAZIONI DELLA CASSA NATALE

1893

Tempera

112x318 cm

Quargnento, casa natale del pittore

“Le pareti della casa, tutt’attorno al cortile, i muri esterni erano istoriati dei miei sgorbi eseguiti con ogni sorta di materiale che mi potesse venire alle mani; tutto serviva allo scopo: matite, braci spente raccolte nel camino domestico, colori portati via dall’imbianchino del paese, così da costringere alla fine mio padre ad intonacare apposta per me le pareti del solaio perché io potessi sbizzarrirmi là a piacere, salvando il resto dell’abitazione.” Di queste prove d’artista in nuce, che a distanza di anni Carrà definisce “sgorbi”, rimane nella casa paterna una decorazione parietale eseguita a tempera, prima documentazione pittorica dell’artista. All’interno di una partitura rigorosamente geometrica che ricorda soluzioni antiche, quasi giottesche, un paesaggio anch’esso geometricamente definito e figure di putti alati, sospesi nel tempo e nello spazio come imagini di sogno di un fanciullo dodicenne che dà istintivamente libertà ad uno spirito creativo già vivo e pulsante. E’ pur vero, però, che per avviare il catalogo dell’opera del pittore, si dovrà aspettare il 1900, anno in cui Carrà realizza La strada di casa, acquerello che, per più di una ragione, ha un valore altamente significativo.

   
Carlo Carrà - Il pino sul mare

6 - IL PINO SUL MARE

1921

Olio su tela

68x52,5 cm

Collezione privata

“Trascorsa l’estate a Moneglia nel 1921, vi dipinsi alcune marine in silenzioso raccoglimento, cercando di conferire alle immagini una costruzione armonica di forme, colore, luce.” Così Carrà descrive questa rappresentazione, da lui stesso considerata “un’opera fondamentale per il nuovo indirizzo che andavo maturando”. Questa nuova tendenza, di cui Il pino sul mare può essere considerato manifesto, nasce dal dialogo di Carrà con i maestri primitivi ed in particolare Giotto. Eseguita durante il periodo di collaborazione al gruppo Valori plastici, la tela segna l’inizio di un confronto poche volte interrotto con la natura e il paesaggio. Costruita con essenzialità giottesca e con forme che sembrano scolpite, la rappresentazione non nasce da sensazioni o stato d’animo (come era stato per l’Impressionismo o le Avanguardie), ma da una nitida valutazione geometrica. Immerso in un silenzio enigmatico e sospeso in un’immobilità che trasforma la natura in mito, il paesaggio è essenziale e pulito. La presenza dell’uomo è suggerita soltanto da lacerti di quotidianità, come il panno bianco steso su un inspiegabile cavalletto, e dalla casa deserta, più elemento di profondità che dato di narrazione.

   
Carlo Carrà - Pagliai

7 - PAGLIAI

1930

Olio su tela

50x60 cm

Alessandria, Pinacoteca Civica

“Il sole tramontante proietta sul paesaggio lunghi fasci di luce; i campi sono illuminati da questa rivelazione di luce che ha qualcosa di divino. Dalla contemplazione nascono in me dei sentimenti che mi spingono a prendere i pennelli per cercare di giungere al possesso di questo divino”. Quest’affermazione dà la misura di quanto la realtà naturale sia qui forza ispiratrice di eventi pittorici. Dopo il periodo di “Valori Plastici”, Carrà giunge ad una personale interpretazione realista del paesaggio, non più identificato con schemi spaziali preordinati, ma liberamente tradotto in forme e colori capaci di essere evocativi. Pur senza mai svincolarsi dall’attinenza al dato reale. La materia pittorica, in questa tela, torna ad essere grumosa e sfrangiata; pennellate strisciate e secche si alternano a tocchi veloci di colore puro. La luce, nei suoi passaggi di intensità dal fulgore del pagliaio ai toni bruni sui volumi della casa, accompagna lo spettatore anche attraverso la serpentina, facilmente intuibile, che attraversa il dipinto e che ne segna la profondità.

   
Carlo Carrà - La musa metafisica

8 - LA MUSA METAFISICA

1917

Olio su tela

90X66 cm

Milano, Pinacoteca di Brera

Eseguito, come ricorda il pittore nell’autobiografia, nelle drammatiche circostanze di un ricovero nell’ospedale di Ferrara, la tela rappresenta uno degli esiti più significativi del periodo metafisico. Palesi gli echi di De Chirico, a cominciare dalla musa – manichino, interpretata in forme più plastiche rispetto a quelle dechirichiane e non senza accenti ironici (il peplo greco dei manichini di De Chirico trasformato in gonnellino da tennista). Il nitido impaginato prospettico, per il quale gli oggetti stessi acquistano un’assoluta limpidezza, induce all’osservazione puntuale delle forme tanto del primo che del secondo piano. Al solido sfaccettato che campeggia sullo sfondo, altro retaggio dell’iconografia dechirichiana, si accompagnano due tele: in secondo piano, la rappresentazione di alti caseggiati di periferia; in primo piano la carta geografica dell’Istria, chiara allusione alla guerra, pare insistere ancora sugli accenti di patriottismo e interventismo che avevano animato la stagione futurista.

   
Carlo Carrà - I funerali dell'anarchico Galli

9 - I FUNERALI DELL'ANARCHICO GALLI

1910

Olio su tela

185X260 cm

New York, Moma

“Vedevo innanzi a me la bara tutta coperta di garofani rossi ondeggiare minacciosamente sulle spalle dei portatori; vedevo i cavalli imbizzarrirsi, i bastoni e le lance urtarsi… Fu il ricordo della drammatica scena che mi fece dettare per il Manifesto tecnico della pittura futurista la frase: noi metteremo lo spettatore al centro del quadro”. Immagine rappresentativa del periodo futurista, la grande tela traduce in un dinamismo carico di emotività un fatto contingente. Non è l’oggetto in movimento che interessa l’artista, non la descrizione della velocità, ma la loro essenza: quella potenzialità che modifica la forma nella sua realtà. Attraverso la scomposizione e la ricomposizione delle forme e la compenetrazione dei piani, Carrà crea un’immagine vorticosamente accelerata, priva di uno spazio innanzi per consentire allo spettatore di sentirsi egli stesso protagonista. Bagliori improvvisi segnano il contorno degli individui e guidano l’occhio dello spettatore nel centro pulsante della scena: la bara rossa di garofani che pericolosamente ondeggia nel quasi registro destro. E creando una corrispondenza ideale e cromatica, Carrà la pone in perfetta relazione con la sfera del sole.

   
Carlo Carrà - Vigilia di Pasqua

10 - VIGILIA DI PASQUA

1929-1937

Olio su tela

129X85 cm

Collezione privata

Presentata alla Biennale di Venezia del 1940, l’opera che ha il privilegio di essere tra le poche immagini di riferimento sacro dipinte da Carrà – ha probabilmente avuto una gestazione puttosto lunga. Inserita nell’ampio alveo cronologico del realismo mitico e lirico, la tela rivela una dimensione narrativa, quasi un’episodicità che si rivela nelle singole azioni dei personaggi. Ognuno ha una funzione e un ruolo; e tutti contribuiscono all’azione principale. Giocata su toni tenui e freddi del colore e su una disposizione estremamente equilibrata delle forme nello spazio, quasi bipartito in due triangoli dal lungo bastone, l’immagine riesce a creare la visione sintetica di un momento di vita famigliare colto, come un’istantanea, con immediatezza e nitore.

   

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